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Orwell 1984 (1984) - Regia: Michael Radford

Valutazione pastorale

(Vietato ai minori degli anni 14)

Discutibile/complesso/dibattiti.

 

Film probabilmente indimenticabile, sia per l'argomento che tratta, sia per come lo tratta. Due discorsi che procedono su binari quasi paralleli. Da una parte c'è la visione orwelliana del 1984, l'anno del futuro indicato da Orwell come l'anno del Grande Fratello, in cui gli uomini non sono più uomini e, in più, non avranno più possibilità di esserlo (l'anno 1984 fu "inventato" dall'autore invertendo le due ultime cifre dell'anno in cui scrisse il libro, 1948: un tempo nel futuro per lui lontano, ma non lontanissimo in assoluto), una visione senz'altro cupa, chiusa nel pessimismo più assoluto e che, se pure motivata come proiezioni di situazioni reali conosciute e vissute da Orwell (il bolscevismo ed il nazismo, ma più il primo che il secondo), non lascia alcuna possibilità di uscita. L'uomo, dice Orwell, finirà per soccombere all'uomo, verrà privato di tutte le sue capacità pensanti per essere assoggettate ad un confuso ma ferreo meccanismo di potere che priverà anche dell'anima. Così è per il protagonista del romanzo, così è nel film. Dall'altra parte c'è dunque il film di Radford, che, pur perdendo rispetto al romanzo buona parte dei "discorsi non fatti", dei pensieri, delle sfumature, riesce quasi incredibilmente a colmare questa lacuna con lo straordinario impatto delle immagini. Innanzitutto questo "1984" è*vissuto dallo spettatore come una fantascienza al "trapassato prossimo"; ossia è come assistere ad un racconto effettivamente girato nel 1948 e proiettato nel futuro attraverso gli occhi e la fantasia di un uomo del '48. Poi, più che nel libro (!) si "vive" l'oppressione di quell'immagine del Grande Fratello che ti segue ovunque, l'oppressione delle continue campagne d'imbonimento attivate per il lavaggio del cervello continuo della gente. In questo modo si assiste ad uno spettacolo che ha il pregio sommo di riproporre il mondo immaginato da Orwell all'interno del suo vero contesto: non una "profezia", ma il monito disperato sulla società dell'uomo lanciato da Orwell in un passato non lontano (e le immagini sono del passato), mentre i rischi che quella visione motivarono non appaiono assolutamente inattuali. Da tutto questo, viene il problema di "come" leggere e valutare l'opera, e quindi il film. E' infatti palese che il pessimismo che in essa si respira non ha sbocchi, è palese ed ineluttabile in una situazione in cui tecnologia e follia umana concorrono all'annichilimento dell'uomo. Orwell lo afferma nel suo romanzo, Radford lo ripropone nella trasposizione cinematografica; un annichilimento così totale che il protagonista Wiston non viene neanche ucciso dal potere, nonostante la sua ribellione, ma lasciato vivere la sua parvenza di residua umanità nel grigiore che tutto abbraccia, finalmente innamorato del Grande Fratello. Ma, altrettanto indubbiamente, si può dire che, se non v'è speranza nel cosmo così configurato, esiste una domanda "a priori" che, se non rimette tutto in discussione, almeno offre lo spunto per un dibattito di più ampio respiro: l'umanità è realmente condannata ad arrivare a vivere il "1984", o l'uomo sarà in grado di evitarlo? E' la domanda che ci si pone, da sempre, parlando di Orwell e del suo romanzo; ed anche qui la lasciamo in sospeso. Magnifica l'interpretazione e di notevole effetto il linguaggio filmico, la desolata ambientazione, la livida fotografìa e l'adeguata colonna sonora.

da Segnalazioni Cinematografiche - Centro Cattolico Cinematografico

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