|
|
Valutazione pastorale
(Vietato ai minori degli anni 14)
Discutibile/complesso/dibattiti.
Film probabilmente indimenticabile, sia per l'argomento che
tratta, sia per come lo tratta. Due discorsi che procedono su
binari quasi paralleli. Da una parte c'è la visione
orwelliana
del
1984, l'anno
del futuro
indicato da
Orwell
come l'anno del Grande Fratello, in cui gli uomini non sono più
uomini e, in più, non avranno più possibilità di esserlo (l'anno
1984
fu "inventato" dall'autore invertendo le due ultime cifre
dell'anno in cui scrisse il libro, 1948: un tempo nel futuro per
lui lontano, ma non lontanissimo in assoluto), una visione
senz'altro cupa, chiusa nel pessimismo più assoluto e che, se
pure motivata come proiezioni di situazioni reali conosciute e
vissute da
Orwell
(il
bolscevismo
ed il
nazismo, ma più il primo
che il secondo), non lascia alcuna possibilità di uscita.
L'uomo, dice
Orwell, finirà per
soccombere all'uomo, verrà privato di tutte le sue capacità
pensanti per essere assoggettate ad un confuso ma ferreo
meccanismo di potere che priverà anche dell'anima. Così è per il
protagonista del romanzo, così è nel film. Dall'altra parte c'è
dunque il
film di Radford, che, pur
perdendo rispetto al romanzo buona parte dei "discorsi non
fatti", dei pensieri, delle sfumature, riesce quasi
incredibilmente a colmare questa lacuna con lo
straordinario impatto delle immagini.
Innanzitutto questo "1984"
è*vissuto dallo spettatore come una
fantascienza
al "trapassato prossimo"; ossia è come assistere ad un racconto
effettivamente girato nel 1948 e proiettato nel futuro
attraverso gli occhi e la fantasia di un uomo del '48. Poi, più
che nel libro (!) si "vive" l'oppressione di quell'immagine del
Grande Fratello
che ti segue ovunque, l'oppressione delle continue campagne
d'imbonimento attivate per il lavaggio del cervello continuo
della gente. In questo modo si assiste ad uno spettacolo che ha
il pregio sommo di riproporre il mondo immaginato da
Orwell
all'interno del suo vero contesto: non una "profezia", ma il
monito disperato sulla società dell'uomo lanciato da
Orwell
in un passato non lontano (e le immagini sono del passato),
mentre i rischi che quella visione motivarono non appaiono
assolutamente inattuali.
Da tutto questo, viene il problema di "come" leggere e valutare
l'opera, e quindi il film. E' infatti palese che il pessimismo
che in essa si respira non ha sbocchi, è palese ed ineluttabile
in una situazione in cui
tecnologia e follia umana
concorrono all'annichilimento dell'uomo.
Orwell
lo afferma nel suo romanzo,
Radford
lo ripropone nella
trasposizione cinematografica;
un annichilimento così totale che il
protagonista Wiston
non viene neanche ucciso dal potere, nonostante la sua
ribellione, ma lasciato vivere la sua parvenza di residua
umanità nel grigiore che tutto abbraccia, finalmente innamorato
del
Grande Fratello.
Ma, altrettanto indubbiamente, si può dire che, se non v'è
speranza nel
cosmo
così configurato, esiste una domanda "a priori" che, se non rimette
tutto in discussione, almeno offre lo spunto per un dibattito di
più ampio respiro: l'umanità è realmente condannata ad
arrivare a vivere il "1984", o l'uomo sarà in grado di
evitarlo? E' la domanda che ci si pone, da sempre, parlando di
Orwell e del suo romanzo; ed anche qui la lasciamo in
sospeso.
Magnifica l'interpretazione e di notevole
effetto il linguaggio filmico, la desolata ambientazione, la
livida fotografìa e l'adeguata colonna sonora.
da Segnalazioni Cinematografiche - Centro Cattolico
Cinematografico
Cast
-
Trama -
Critica -
Locandina -
Immagini |
|