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Il
nostro popolo, e perciò anche i nostri poeti che del
popolo sono emanazione ed espressione, hanno un maggior
senso pratico della vita, una concezione più veristica e
insieme più umana; un maggior senso dell'ordine, della
precisione, della forma, della concisione,
dell'ornamento.
E come i poemi cavallereschi sbrigliatissimi hanno bisogno per esser capiti dal
nostro
popolo di una vena sottile di umorismo che ristabilisca
gli equilibri, che renda più concreti certi ideali
cavallereschi poco apprezzati tra noi, che restituisca
all'amore la sua carnalità, liberandolo dai deliri e
dalle astrazioni delle Corti d'amore; così in genere
tutta la poesia nostra è più oggettiva, più concreta,
più aderente alla realtà.
Mentre la corte di Federigo II in Sicilia è
la prima a imitare la cavalleresca poesia trovadorica
provenzale, coi versi dello stesso imperatore Federico,
di suo figlio Enzo, del cancelliere della corona Pier
della Vigna, di Jacopo da Lentini, notaio della Corte,
di Guido delle Colonne, giudice imperiale; comincia a
fiorire una forma poetica più popolare ma più spontanea,
come il famoso contrasto di Ciullo d'Alcamo, che è
un
dialogo tra un innamorato petulante e la sua donna, come
i numerosi strambotti, ballate, laudi sacre, che
accompagnavano le feste del popolo,
religiose e mondane, le danze e le cerimonie religiose.

Enzo Re
Culla della lirica sacra fu l'Umbria, centro del
movimento mistico francescano, la cui espressione
artistica più bella è forse il Cantico del Sole
attribuito allo stesso San Francesco; e subito dopo
vengono per il singolare vigore del sentimento le laudi
di Jacopone da Todi, detto il giullare di Dio.
Da queste
laudi hanno anche principio, sempre nell'Umbria, ma
diffondendosi poi per ogni altra parte Italia, le sacre rappresentazioni, e cioè
le vicende
della Passione di Cristo o della vita di qualche santo,
drammatizzate e ridotte a spettacolo.
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