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Poesia popolare,
per lo più di contenuto comico, è quella di alcuni
rimatori toscani di quella epoca, tra cui ricorderemo
Folgore da San Gemignano, Forese Donati, Cecco Angiolieri da Siena.
Ma gli stessi artisti e poeti
dotti, aulici, aristocratici, non potevano a lungo
restare nell'imitazione provenzale, tanto dissonante
dalla nostra vera
natura.
Ed ecco che a Bologna, sede ufficiale per tutta
l'Europa della scienza e del diritto, un professore
appunto dello Studio, cioè dell'Università,
Guido Guinizelli, mente speculativa e sdegnosa dei luoghi
comuni, fonda la scuola poetica del Dolce stil nuovo, il
cui ideale doveva essere di far della poesia un
mezzo
per divulgare le verità filosofiche, politiche,
scientifiche, religiose, creando così una coscienza
poetica libera da influssi stranieri e prettamente
italiana negli spiriti.
Questa poetica da Bologna si
diffuse nella Toscana, dove trovò poeti di gran merito
tra i suoi ardenti seguaci: basti ricordare Lapo
Gianni, Dino Frescobaldi, Guido Cavalcanti (1255-1300),
Cino da Pistoia e maggiore di tutti Dante Alighieri
(1265-1321), il quale ultimo era destinato a ben altro
volo, di ben altra importanza, come quegli che conchiuse
e riassunse meravigliosamente nell'opera sua maggiore,
la Divina Commedia, tutta la letteratura e poesia
medievale, e tutta la vita medievale, mille anni cioè
di fede, di dolori, di turbinose
vicende, e di più turbinose passioni.
Dante Alighieri era appena
morto, ed ecco sorgere un
altro grande poeta, Francesco Petrarca (1304-1374), un
altro grande prosatore, Giovanni Boccaccio (1313-I375)

Giovanni Boccaccio
Questi due scrittori però già segnano un altro
momento
nella storia letteraria: la loro opera non è già più
medievale come quella di Dante; in essa spira un'aria
nuova, una più profonda vita nazionale, un culto
più amoroso della forma, uno spirito quasi di primavera,
é di liberazione dagli angusti schemi, rigidi e freddi,
dell'arte gotica.
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