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L'Umanesimo - Storia della Letteratura Italiana - Sintesi

La gentilezza innata del popolo italiano, la sua viva intelligenza, il suo senso d'equilibrio, la tradizione non mai spenta della civiltà latina, contribuiscono a raffinare i gusti, a rendere ambiti i diletti dello spirito.

 

Non è più un singolo sapiente, è tutto il popolo che gode dell'arte, che con la sua intelligente comprensione aiuta l'ispirazione degli artisti.

 

I mercanti fiorentini, per ingannare le ore d'ozio, tengono sotto il banco della vendita Livio e Sallustio, l'Eneide e i poemi della Tavola Rotonda.


Questo popolo ricco e raffinato si disinteressa ormai della politica, delle guerre, di cui i suoi antenati hanno tanto sofferto.

 

Lascia che dominino i Signori, i Principi, e pur che questi si mostrino magnifici nel lusso, pur che si circondino di uomini dotti e di artisti, sono sempre bene accetti al popolo, il quale non chiede altro che di godere.


Con questo rinnovato amore alla vita coincide il risorto amore per la classicità, favorito dal ritrovamento di statue e di manoscritti classici e dalla venuta in Italia dei dotti greci, che dopo la caduta di Costantinopoli in mano dei Turchi si rifugiano in Italia.


I classici erano letti e ammirati anche nel Medioevo; ma soltanto adesso le condizioni generali del paese sono favorevoli a una meno inesatta interpretazione di essi, a un consenso più pieno, assoluto.

 

Umanisti si chiamarono quei dotti che non badando a sacrifici personali e a strapazzi si misero a percorrere l'Italia e gli altri paesi per ritrovarvi manoscritti greci e latini; che una volta trovati li studiarono, ristabilendo le lezione corretta dei testi, cercando di impossessarsi dello spirito oltre che della lettera di quei testi; che infine sulla scorta di quelli si misero a scrivere in greco e in latino, con la speranza di far tornar popolare l'uso del latino, e magari di ricostituire assieme anche l'antica repubblica romana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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