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Non si riconosce più all'arte una
missione divina e morale da espletare; ma essa è fine a
se stessa, deve divertire nobilmente gli animi, deve
piacere, con disinteresse estetico, con una concezione
semplicemente decorativa dell'arte, che trova la sua
massima espressione artistica nell'Orlando Furioso, il
quale nella poesia del Rinascimento è quello stesso che
per la poesia medievale è la Divina Commedia.
Tra gli umanisti stessi, alcuni, per esempio il
Pontano, pur
nelle forme latine seppero dare un'impronta artistica
personale ai loro fantasmi poetici; un altro
poeta
grande come umanista ma anche e forse più come poeta
volgare fu Agnolo Ambrogini da Montepulciano, detto
perciò latinamente il Poliziano (1454-1494), amico e
protetto di Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze.
Di
costui sono lette ancora con gran diletto le Stanze per
la Giostra, e i Rispetti, di ispirazione popolana, ma
aggraziata da una profonda conoscenza dei classici greci
e latini.
Lo stesso Lorenzo il Magnifico (1449-1492) è
uno dei maggiori poeti dell'epoca, autore di parecchi
poemetti e dei briosi, sbrigliatissimi Canti
carnascialeschi.
Ma il più grande poeta in volgare della
Corte medicea è forse Luigi Pulci (1432-1484), l'autore
del Morgante maggiore, un poema cavalleresco che
contraffa con molta arte quelli che i cantastorie
cantavano sulle
piazze d'Italia, dove le gesta dei paladini e le
stregonerie così care al popolino sono comicamente
raccontate con un vigore rappresentativo e un
virtuosismo di forma che ha dello strabiliante.
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