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Più artista, più
violento, più immediato narratore è Benvenuto Cellini (1500-1571) nella sua
magnifica autobiografia,
singolarissima per lo stile scorretto ed efficacissimo.
E finalmente Baldassare Castiglione (1478-1529) nel suo Cortegiano ci dà la più pittoresca rappresentazione
della vita delle Corti italiane dell'epoca.
Ma ecco che tutta questa vita gioiosa, tumultuosa,
esuberante del Rinascimento improvvisamente si arresta.
Il trattato di Castel Cambrésis (1559) consacra
la
dominazione spagnola sulla tribolata penisola; e con la
libertà politica viene meno la condizione prima di una
letteratura veramente e saldamente nazionale.
Inoltre la
Chiesa, partecipando coi suoi pontefici più
spregiudicati alle baldorie del Rinascimento, aveva
provocato fuori d'Italia la riforma protestante,
e per non veder miseramente finire il suo apostolato
deve correre ai ripari col Concilio di Trento, con
le
riforme religiose, che se furono provvidenziali per la
Chiesa stroncarono però il movimento umanistico in pieno
sviluppo, tarpando con l'Inquisizione le ali al libero
pensiero e alla libera arte.
Si finse ancora un gran
rispetto per la cultura classica, ma fu un omaggio tutto
superficiale e formale, che nocque più che non giovasse,
riducendo lo studio dell'antichità, vuotato affatto di
contenuto, a una vuota questione di tecnica, di
erudizione morta, di retorica.
Molti spiriti furono
turbati nella loro scrupolosa coscienza tra la
obbedienza alla Chiesa e la loro libera ispirazione
artistica, tra la carne e la penitenza.
Ne soffrì più di
tutti
il Tasso (1544-1594) che col suo temperamento
delicatissimo e sensibilissimo non riuscì mai a comporre
il dissidio tra la ragione e la fede, tra la sensualità
e il pentimento, tra la Terra e Dio.
Così in un
malinconico tramonto finiva quella bella giornata di
tripudio e d'amore che era stato il Rinascimento.
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