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Ecco che gli stessi novellieri, che finora erano stati
liberissimi e talvolta persino osceni, tentano di
ricondurre la novella a fini morali, come nei noiosi
Ecatommiti del Giraldi Cinzio, o nelle Sei giornate di
Sebastiano Erizzo.
Non potendo essere originali nel pensiero e nel
contenuto i poeti di allora si studiarono di essere
almeno nuovi e originali nella forma e così spesso
arrivarono a vere e mostruose singolarità o meglio
pazzie nell'uso delle immagini poetiche, dando luogo a
quel fenomeno che si chiamò il Marinismo, dal suo
inventore più cospicuo, Giambattista Marino (1569-1625),
poeta napoletano di grande fantasia e di facile vena,
che nell'Adone e in altre opere cercò di
abbagliare e
stordire il lettore con metafore strampalate, e con una
galanteria raffinata.
Poeta più schietto, sebbene di
ispirazione più tenue, fu Gabriello Chiabrera (1552-1637) di Savona, il cui nome è specialmente legato
a certe odi e canzonette un po' leziose nella loro
cristallina eleganza, che preannunziano già il Settecento.
Altri
poeti del tempo sono il Menzini fiorentino, Vincenzo da
Filicaia pure fiorentino, Fulvio Testi fiorentino, ma
maggiore di tutti Francesco Redi (162 6-1694), medico
aretino, che nel Bacco in Toscana ci ha dato un
bellissimo ditirambo tra serio e faceto.
Come in tutte
le epoche di decadimento fiorisce adesso la poesia
satirica ed umoristica: principale esempio fu la
Secchia rapita, un poema eroicomico, del
Tassoni,
modenese; altri esempi sono lo Scherno degli Dei di
Francesco Bracciolini di Pistoia, e il Malmantile
riacquistato del pittore fiorentino Lorenzo Lippi.
Tra
satirico e giocoso è anche il Ricciardetto di Niccolò Forteguerri. E
satiriche sono le poesie di Salvator
Rosa pittore napoletano, schiette e gagliarde.
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