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Tacendo la poesia pura, squilla più alta la prosa: bella
nella sua schietta nudità nella Storia del Concilio
tridentino di fra Paolo Sarpi; nella Storia delle
guerre di Fiandra di Guido Bentivoglio; nella Storia
della Compagnia di Gesù del ferrarese Daniello Bartoli,
stilista abilissimo e padrone della lingua, colorito ed
efficace; nelle Prediche del gesuita Paolo Segneri di
Nettuno; nei Ragguagli di Parnaso del loretano Traiano
Boccalini; ma specialmente negli scritti scientifici di
Galileo Galilei (1564-1642).
Le condizioni della letteratura poco mutarono nella
prima metà del Settecento. A combattere le astrusità del
marinismo e a riportare l'arte poetica alla sua
semplicità valse l'accademia romana, diffusa poi in
tutta l'Italia, che prese il nome di Arcadia.
Se non che
per rimediare a un male essa ne portò uno peggiore: la
falsità, l'eleganza della forma curata con pregiudizio
della sostanza, e sul vuoto più assoluto una cantilena
troppo dolciastra, troppo melodiosa, leziosa e
stucchevole nella sua uniformità.
Tutti i poeti d'Italia
si finsero pastorelli e belarono in dolcissime canzonette i loro
finti amori a ipotetiche pastorelle.
Tra i poeti del
tempo basterà ricordare Francesco da Lemene, Carlo Maria
Maggi, Giambattista Zappi, Carlo Innocenzo Frugoni, il
Rolli; ma più veramente poeta di ogni altro, e se non
altro quello che portò il genere a maggior perfezione e
che può quindi chiamarsi il vero rappresentante di
questa poesia, Pietro Trapassi detto il Metastasio
(1698-1782), che scrisse specialmente melodrammi, cioè
libretti da musicare, tra cui sono giustamente celebri
l'Attilio Regolo, il Temistocle, la Clemenza di Tito.
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