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Verso la metà del secolo fioriva a
Venezia la bottega di Jacopo Bellini (m. nel 1470),
artista in cui sono sensibili
formule giottesche e gli influssi di dolcezza di Gentile da
Fabriano.
Più che le sue opere (lasciò fra l'altro numerosi
disegni a
matita d'argento, di una immediatezza vibrante) contano i suoi due
grandi discepoli: i suoi figli Gentile (1429-1570) e Giovanni (1430
c. - 1516).
Il primo dipinge grandiose scene di miracoli sullo
sfondo della città lagunare, le inquadra le ricche architetture,
le
popola di folle viventi, di ritratti autentici, le imbeve di luce e
d'aria libera. Nel
1450 è inviato dalla
Signoria alla Corte di
Maometto II.
Suo fratello Giovanni,
detto il Giambellino, è
un artista completo e profondo, la cui arte si evolve
senza posa da
una secchezza quasi bizantina verso le ubertose pienezze d'opere in
cui cantano trionfali la bellezza e la forza armoniosa del
Rinascimento.
Le forme si fanno laute e grandiose,
la tavolozza emana calore e voluttà, il sentimento religioso si esprime con
dolcezza umana e con gravità epica.
Quadri come la Trasfigurazione
del Museo Nazionale di Napoli, imbevuta ancora di influssi mantegneschi, o
la Pietà, o la Madonna fra quattro santi (trittico) nella Sacrestia dei Frari a
Venezia, pongono Giovanni Bellini fra i sommi maestri italiani.
Dalla sua scuola escono alcuni fra
i più grandi pittori del '500
veneziano: il Giorgione, Tiziano, Palma il Vecchio.
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